Paolo Crosa Lenz       Lepontica/23      Ottobre 2022

Sommario

1. Alpeggi che faticano
2. Trighio
3. La foresta della Val Grande contiene i cambiamenti climatici
4. La bicicletta elettrica e la montagna
5. Al nuus – Il noce
6. Walsertreffen
7. “La vita a piedi” e 45+10


Montagna

1. Alpeggi che faticano

È stata un’estate faticosa per gli alpeggi sulle Alpi (in Piemonte e Lombardia li chiamano “alpi” e in Trentino “malghe”).
La prolungata siccità vissuta, che ha comportato scarichi anticipati (“scargà l’alp” perché le sorgenti sono asciutte e non c’è più acqua), si configura come evento climatico estremo (gli imprenditori di città lo deridono come “è sempre successo”). Non è così. Le Alpi oggi hanno due pilastri di economia: il turismo ecologico (non più quello rampante degli anni ’60 del Novecento) e la moderna zootecnia che genera agriturismo e prodotti di qualità.
I cambiamenti climatici (avremo modo di parlare dei “nuovi inverni”) stanno modificando questo assetto sociale e ambientale.
Ignorarlo è inutile, negarlo ancor meno.
Mi dice Alberto Colombero, presidente dell’Uncem Piemonte: “Il rischio concreto è che già in agosto molte mandrie lasceranno gli alpeggi per ritornare in pianura: l’erba è secca e l’acqua manca. Non si può restare. … La stagione foraggera è stata difficoltosa anche in pianura con pochissimo fieno prodotto il che si traduce in aumenti spropositati dei prezzi. In due anni il prezzo è già raddoppiato, dai 10 euro ai 20-25 euro al quintale. Oggi si parla di prezzi intorno ai 35 euro al quintale. … Il rischio è che, alla fine, resterà a sfruttare i pascoli solo chi fa il margaro per hobby o per i premi, ovvero coloro per i quali è del tutto irrilevante se l’azienda sta in piedi per ciò che produce. L’importante è avere ettari e avere titoli per i contributi. Acqua o siccità sono del tutto secondari. Non possiamo permettercelo”.
È storia antica per le Alpi, ma oggi declinata in dimensioni nuove.
Mi racconta l’amico Marco Sonzogni, parlandomi di alpeggi “alti” in Valle Anzasca da dove si vede il Monte Rosa di lontano: “Il problema di questi alpeggi alti o ‘estremi’ è la mancanza di legna, in quanto oltre l’orizzonte forestale del larice manca la legna, che deve essere trasportata dalle quote inferiori a dorso d’asino o di uomo, e manca anche l’acqua, che nelle estati secche impone un abbandono precoce dell’alpeggio. Colla è un alpe di frontiera, come un po’ tutti quelli sopra i 2000 m. Solo Cortenero era più fortunato, perché circondato da buone sorgenti.”




Una parola al mese

2. Trighio

C’è un vocabolo dialettale, intraducibile in italiano, che indica uno strumento per lavorare in montagna e sconosciuto in pianura. Là (“dove le sorgenti sono scarse” per dirla con Dino Buzzati) il trasporto dei carichi avveniva con i carri: il fieno, le tine con l’uva, i covoni di grano, anche la legna.
In montagna tutto doveva essere trasportato a spalle da uomini e donne (“a ciuffo” dicevano i Walser di Agaro), non animali da soma.
Il nome walser (Trìigyo) indica un semplice oggetto di legno usato per stringere e fissare le corde di un fascio d’erba o una fascina di legna. Presente in ogni casèra d’alpeggio, veniva usato dalle pastore che quotidianamente andavano a raccogliere erba di rupe sui costoloni della montagna. Alla Trighio veniva fissata una corda (cubièta) che veniva avvolta al fascio e bloccata con essa. Diffuso con diverse forme su tutto l’arco alpino (nei dialetti romanzi era chiamo Cusèla), questo attrezzo (“Troclea” per gli studiosi di ergologia rurale), è uno strumento di lavoro tipicamente alpino “inventato” per trasportare carichi in luoghi impervi, dove la morfologia scoscesa del territorio impediva l’uso di carri o di slitte.
Costruito localmente in legno di faggio o di maggiociondolo, a volte rozzamente lavorato a coltello, la Trighio ha un’estremità affusolata per sciogliere agevolmente i nodi e un foro centrale destinato al bloccaggio delle corde.
Numerosissime su tutto l’arco alpino sono le forme e le dimensioni di questo attrezzo, ma tutte si rifanno al modello fondamentale della “navicella” o “spoletta da telaio”.
Gli alpinisti lo riconoscono quasi come l’antenato dell’Otto per effettuare le corde doppie (anni fa ci abbiamo provato e funziona, anche se attorciglia le corde). Oggi il vocabolo è scomparso e i nostri giovani non conoscono più né la parola né l’attrezzo.

 

 


 

Natura

3. La foresta della Val Grande contiene i cambiamenti climatici

Il contrasto ai cambiamenti climatici è centrale nell’Europa e nel mondo di oggi.
Il problema è gigantesco, ma mille piccole azioni posso contribuire ad affrontarlo. Una recente ricerca scientifica (Parco Nazionale Val Grande e Università di Torino) rivela un’omogeneità elevata dei suoli nel territorio tutelato dal Parco tanto che quasi tutti i profili sono stati classificati come Umbrisol ovvero suoli profondi, fortemente acidi, con scarsa attività biologica e ricchissimi di materia organica.
Mi racconta l’amica biologa Cristina Movalli: “Il suolo è uno dei motori della vita ma svolge anche altre importanti funzioni come la regolazione dei flussi idrici e lo stoccaggio di anidride carbonica, ruolo importantissimo per la mitigazione del cambiamento climatico in atto dato l’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. Per tali caratteristiche l’Umbrisol è in grado di stoccare altissime quantità di carbonio, quasi ai livelli dei suoli tropicali e conseguentemente di contribuire in modo significativo alla riduzione dell’anidride carbonica nell’atmosfera”.
La ricerca ha interessato 19 siti posti tra Vogogna e la Colma di Premosello e in Val Pogallo.
L’indagine è consistita nella realizzazione del profilo pedologico di ciascun punto di indagine ovvero in uno scavo fino alla roccia madre, dove possibile, per permettere di individuare e identificare i vari strati di suolo (orizzonti pedologici) di cui è costituito lo scavo.
Il Parco Nazionale della Val Grande si conferma dunque un’area naturale di primaria importanza non solo da un punto di vista ecologico ma anche per il ruolo di contenimento dei cambiamenti climatici in corso legato alla sua capacità di stoccare CO2, oltre che nei suoi immensi boschi, anche nel terreno.

 

 

 


Pensieri corsari

4. La bicicletta elettrica e la montagna

Sullo scorso numero di Lepontica (n° 22 – settembre 2022) hanno suscitato interesse (molti consensi e nessuna reprimenda!) due articoli relativi alla follia delle “panchine giganti” che sono in diffusione esponenziale (ne ho vista una nuova ad Arvogno in Valle Vigezzo, in mezzo a belle montagne). Amici svizzeri mi dicono che in Canton Ticino stanno nascendo le “altalene giganti” con tanto di cintura di sicurezza.
L’altro argomento è stato quello delle “croci illuminate” che uccidono la notte.
Da più parti mi è stato chiesto di esprimermi sul tema delle biciclette elettriche che stanno modificando i sentieri di montagna.
Sulle modalità di esercitare il cicloescursionismo, in sé attività moderna di vivere l’outdoor, il dibattito nel Club Alpino Italiano è acceso e non risolto.
Dico due cose. Primo. Il fenomeno E-bike è un “big business” per aziende e professionisti che ne progettano gli itinerari, dall’altro è un “aiutone” per ginocchia fragili e muscoli stanchi o pigri. Sono stato un “ciclista muscolare” e, prima o poi, mi convertirò all’E-bike, ma solo per viaggiare su stradine asfaltate e percorsi ciclabili. Mai per andare a rovinare con prepotenza antichi sentieri che i volontari del CAI hanno curato, segnalato e mantenuto con fatica e rispetto. Non “addomestichiamo” troppo la montagna.
Secondo. Il patrimonio di sentieri che l’Italia possiede (Alpi, Appennini, colline, coste) è stato creato da gente che lavorava su quelle terre e i sentieri erano infrastruttura di lavoro, come le autostrade oggi! Ci andavano a piedi, carichi di fardelli, conducendo un cavallo carico di merci, al massimo sul dorso di un asino. Negli anni 70’ – 80’ del Novecento il motocross e affini hanno creato danni enormi a questo patrimonio, un’attività oggi regolata in ritardo

 


Poesia

5. Al nuus – Il noce

Mi mancava un rticolo ed ero in ritardo per chiudere Lepontica.
Ho pensato: la poesia ti salva sempre. Mi sono ricordato di un libro di poesie scritto nel 2002 dall’amico Valerio Cantamessi: Noma pulénta
– Rime in dialetto di Ornavasso”.
Nel mio paese è un libro di culto (nelle feste importanti, con la famiglia allargata, dopo il pranzo si leggono queste poesie che scaldano la casa) e mi piace ricordarlo a 20 anni dalla prima edizione.
Le poesie sono un revival allegro e scanzonato, ma anche malinconico e doloroso del mondo contadino
di un paese della bassa Val d’Ossola. Scritte in dialetto, sono difficili da leggere perché presenta vocaboli oggi dimenticati e mescola espressioni nell’antica lingua walser con il dialetto romanzo della valle.
Tutti e due sono lingue sconosciute ai nostri giovani. L’autunno era tempo di raccolto. Soprattutto uva
e noci: l’uva per il vino e le noci per l’olio. La poesia “Al nuus” racconta l’incontro di un contadino ingenuo con due twergi: i nani benevoli protagonisti del mondo favolistico e leggendario popolare.
La propongo nella versione in italiano e, in calce nell’originale dialettale (buona fortuna per i
coraggiosi che vogliono cimentarsi nella lettura!).
Ovviamente il “racconto” in italiano perde metrica e rima dialettale.
Una poesia musicale che, tradotta, diventa un racconto.
Il noce
L’altro giorno ero in
campagna / a raccogliere
l’uva della mia vigna
/ e proprio dietro di me
/ sento un tizio che se la
ride / Mi volto ma non
vedo nessuno / però
sono talmente curioso /
che mollo lì il cesto / e
vado verso il noce / Non
ti trovo due twergi / sotto
quella bella pianta? /
Uno stava ridendo / l’altro
aveva la faccia scura /
Visto che non sono scomparsi
/ gli ho detto: “Che
state facendo? / Scusate
se ve lo domando /
ma ho sentito ridere” /
“Ride solo lui / perché
io sono caduto / queste
noci sono troppo in alto /
crescono troppo in su!” /
Per dire la verità / quella
era una pianta grande
/ e senza un po’ di aiuto
/ non ci sarebbe potuto
salire nessuno / “Vado
a prendere la scaletta” /
“Siete proprio una persona
gentile / sapete, abbiamo
così tanta voglia /
di mangiare pane e noci”
/ Io ero così contento /
che non fossero scappati
/ che solo quando ero
in cima al noce / troppo
tardi ci ho pensato / che
per i twergi pane e noci
/ sarebbe stato come un
veleno / e io come un allocco
/ stavo lì a dir loro:
“ Ma non vi fa bene, /
guardate che pane e noci
/ per i twergi sono un
danno!” / Ma loro erano
già spariti / con l’uva e il
mio cavagnno.
AL NUUS
L’àalt dê sèewi ‘n campàgna,
/ tòo l’ùuga d’la mè vêgna,
/ e pròpi drè da mê / a
n’sènti vôn che ‘l ghêgna.
/ A m’zgìiri e gh’è nisciôn
/ però sum tàant curiùus
/ che piànti lê ‘l cavàgn /
e vàaghi vèrs al nùus. / Al
gh’èewa mêja dùuj Twèerzgi
/ sôta sctò bèl piantôn? /
Vôn gh’èewa fò ‘na ghêgna
/ /e l’àalt cum un futôn! /
Vêsct che j’ên mêja scparê /
g’ò dêcc: ” Che sì drè fàa? /
Sckuzèm s’a v’al dumàandi
/ ma j’ò sintô ghignàa”. /
“Al ghêgna nôma lùuj /
parchèe sum burlà zgiô /
scti nùus j’ên tròp in àalt / i
crèsan tròp insô! ” / Par dìi
la verità / quèl l’èewa un
gran piantôn / che sènsa
un pò d’ajôt / a gh’nàava sô
nisciôn: / “ A vàag’a tòo ‘l
sckalèt ” / “ Sì pròpi ‘n òm
gratsiùus! / Sawê, gh’im
tàanta vòja / da fàa ‘n pò
d’pan e nùus ” / Mê sèewi
‘nsê cuntént / che j’èewan
mêja sckapà / che nôma in
scêma al nùus, / tròp tàart
a j’ò pensà, / che i Twèerzgi
pan e nùus / sarès cumè un
velèn / e mê cumè ‘n ulôc
lê, dêc: / ”Ma a w’fa mêja
bèn, / vardè che l’pan e i
nùus / pàj Twèerzgi j’ên un
dagn!” / Ma lùur j’èewan
scparê, / cum l’ùuga e ‘l mè




Minoranze linguistiche

6. Walsertreffen

Si svolgerà a Ornavasso nei giorni 1 e 2 ottobre il Walsertreffen 2022. È la prima volta che un Walsertreffen, il raduno europeo delle comunità walser, si tiene in Val d’Ossola. Si tiene a Ornavasso perché la vicinanza degli alberghi sul Lago Maggiore permette l’ospitalità di tremila persone. Verranno da tutti i paesi alpini a vedere una comunità walser “diversa” dove le tre caratteristiche dell’immagine tradizionale dei walser sono assenti: le foreste di larici, le case di legno, una lingua al tramonto. Quelli di Ornavasso sono “i Walser diversi del Lago Maggiore” perché la loro esperienza storica è estranea alle coordinate usuali della civiltà walser. Ornavasso è a 200 m di quota, mentre tutte le altre colonie d’Europa sono sopra i mille metri. Quindi il confronto con un ambiente naturale differente da quello del mondo walser.

Questo perché ragioni di politiche feudali hanno prevalso su quelle ambientali. La certificazione walser di Ornavasso ce la danno i documenti storici, la toponomastica (l’elemento più resistente), un pugno di vocaboli che ormai solo i vecchi conoscono e alcune tradizioni come quelle delle “ville” di carnevale.
È in corso in questi anni una profonda riflessione su cosa significhi essere walser nel nuovo Milllennio. La civiltà walser (la colonizzazione dell’alta montagna, l’allevamento e la coltura della segale) ha concluso nella seconda metà del Novecento il suo destino storico. Rispetto ai secoli precedenti, oggi le Alpi sono un mondo nuovo che i giovani devono guardare con occhi diversi dai loro padri e nonni. Credo che l’attualità dell’esperienza storica walser sia nei valori etici che quel mondo ci trasmette: la solidarietà collettiva, la bontà della fatica, l’orgoglio per un lavoro ben fatto, il rispetto equilibrato con l’ambiente naturale.
Un valore immateriale che ci può aiutare a vivere meglio.

 


Libri

7. “La vita a piedi” e 45+10

Recentemente a “Lago Maggiore Letteraltura” ho conosciuto David Le Breton, un antropologo francese che insegna all’Università di Strasburgo. Ha scritto un libro affascinante: “La vita a piedi – Una pratica della felicità” (Cortina Editore, Milano, 2022). Scrive: “La pratica del camminare ha raggiunto un successo planetario. Per un camminatore questa passione incarna significati multipli: la voglia di spezzare uno stile di vita routinario, di riempire le ore di scoperte, di sospendere le seccature quotidiane. Intraprendere un cammino risponde a un desiderio di rinnovamento, di avventura, di incontro e sollecita sempre tre dimensioni del tempo: prima lo si sogna, poi lo si fa, infine lo si ricorda e lo si racconta. Anche dopo averlo percorso, un cammino si prolunga nella memoria e nelle narrazioni che di esso si offrono, vive in noi e viene condiviso con gli altri.”
Con David Le Breton ho pensato ai diversi modi del camminare: c’è quello doloroso dei migranti che attraversano i Balcani o i monti di Ventimiglia; c’è quello terapeutico che guarisce dal disagio sociale; c’è il rito collettivo di andare a Santiago. Oggi a Santiago ci vanno 300.000 persone l’anno e l’affollamento quasi riproduce ciò che si è lasciato.
Oggi il cammino di Santiago, già oggetto di studi antropologici, è un sincretismo contemporaneo che intreccia motivazioni laiche e religiose.
A Letteraltura in tre giorni sono stati presentati due libri che parlano di Santiago.
Per alcuni è un’ossessione, tanto da averlo percorso più volte e da tutte le parti.
Un cammino è anche economia sostenibile: molti piccoli paesi remoti vivono di esso. Un cammino è anche una moda: penso al “Cammino degli Dei” da Bologna a Firenze e molto “gettonato” oggi.
Ci sono anche cammini quasi sconosciuti. Sono appena tornato dal “Cammino dei Ducati” da Reggio Emilia a Sarzana. Non abbiamo incontrato nessuno. Soli sull’Appennino.
Sempre a Letteraltura ho incontrato Sergio Valzania che, dirigente radiofonico della RAI, ha raccontato in radio Santiago con appuntamenti quotidiani. Ha scritto un libro divertente e canzonatorio (“Mai lasciare lo zaino vecchio per quello nuovo” Ediciclo, Portogruaro, 2022) che ha come protagonista, oltre a Santiago, 45+10 (i litri di capacità dello zaino vecchio). Salutandolo gli ho detto: soprattutto, mai lasciare lo zaino!