Paolo Crosa Lenz       Lepontica/25      Dicembre 2022

Sommario

1. Natale a Salecchio
2. Bònki
3. Elogio dell’alpe Veglia
4. Pico el Teide 3718 m
5. Dopo 20 anni un rifugio alpino aperto in inverno
6. Vittorio Beltrami
7. Almanacco Storico Ossolano 2023


Storia

1. Natale a Salecchio

 

Salecchio è un villaggio walser abbandonato in Valle Antigorio, a 1500 m fra montagne severe e im- pervie. Per sei secoli vi abitarono un centinaio di persone, poi negli anni ’60 del Novecento fu abbandonato. L’ultimo rimasto morì l’estate 1969 mentre tagliava il fieno. Era un luogo da cui gli uomini “scappavano” per poi tornare. Rimanevano le donne a crescere figli, fare fieno, mungere mucche, piantare segale e patate.

Dopo il 1888, l’emigrazione si diresse oltreoceano. Il primo fu un Giuseppe D’Andrea partito il primo maggio (ritornerà quattro anni dopo “senza aver fatto fortuna”). A piedi fino a Domodossola, poi in treno a Genova, in “bastimento” a New York e quindi in California a “fare formagio”.

Lamerica divenne per i montanari di Salecchio il miraggio di una frontiera da conquistare. Tra il 1888 e il 1909 partirono da Salecchio 26 americani, su una popolazione che in quegli anni oscillava tra i 90 e i 100 abitanti: il 25% degli abitanti. Il diario di questo esodo è documentato dalle lettere degli emigranti (solo nel 1908 arrivarono a Salecchio ben32 lettere dall’America), ma soprattutto dalle annotazioni scarne ed essenziali contenute in un quaderno anonimo scritto probabilmente da un membro della famiglia Pali. Sui fogli ingialliti dal tempo sono annotate con grafia elegante gli eventi salienti della vita della comunità: le nasci- te, le morti, i matrimoni, le partenze e i ritorni degli emigranti. L’emigrazione come morte e rinascita. Così, la notte di Natale del 1899 “è rivato Agostino Pali dall’america un’ora dopo mezza notte, cioè dopo messa di Natale”.

Dovete immaginare, all’uscita dalla chiesa, il rumore scricchiolante dei passi sulla neve gelata. Tornava a piedi come era partito. Prima o poi tutti tornano al luogo dove sono nati. Agostino era tornato a casa dall’America, la notte di Natale, dopo la messa di mezzanotte.

 

 

 

 

 




Una parola al mese

2. Bònki

Quando mia mamma era giovane, negli anni’30 del Novecento, trascorreva le estati all’alpe Scaredi con mia nonna e le sue due sorelle. Ci sono alpi ricchi, con pascoli abbondanti e baciati dal sole, e alpi poveri, con poco pascolo e rifugiati in fondo ad una valle. Anche per gli alpeggi ci sono differenze tra ricchi e poveri.

Il nostro era un alpe povero, dove per tre mesi d’inverno non penetra il sole. L’alpe era formato da un prato ripido e da due edifici: uno era la casìna (sotto la stalla e sopra il fienile a cui si accedeva per tre scalini di sasso); l’altro era il casèt (un rustico di quattro metri quadrati con il focolare aperto e il fumo che usciva da un buco sotto il tetto).

Nel casèt si lavorava il latte e c’era una panca con dietro la legna. Non c’erano tavoli, né sedie, né letti: mangiavano frigai (polenta asciutta) e latte nella scodella di legno seduti sugli scalini, dormivano sul fieno.

Una civiltà dell’essenziale oggi impensabile, ma pur sempre civiltà. Come quella di tanti contadini di montagna sulle Alpi. Nelle giornate di pioggia non c’erano spazi di gioco, ma guardare il fuoco o ascoltare gli scrosci della pioggia e la mamma che raccontava storie edificanti. Le bambine stavano sedute sui bònki, gli sgabelli a tre gambe con il sedile di legno rotondo. Era la “sedia” di quel mondo perduto.

C’era però un altro tipo di bònki:

era quello per mungere. Il sedile veniva legato in vita ed aveva una gamba sola appuntita. La mucca stava ferma, la pastora arrivava e piantava nel terreno il bònki, mungeva, si alzava ed andava a piantare il bònki davanti ad un’altra mucca. Non si può mungere da in piedi!

 

 


 

Montagna

3. Elogio dell’alpe Veglia

L’alpe Veglia è un luogo unico sulle Alpi. Per due motivi.

È un modello puro di alpeggio alpino caratterizzato da un vasto pascolo pianeggiante, circondato da alte montagne e invisibile dal fondovalle. Intensamente vissuto in estate da pastori ed escursionisti, in inverno riposa inaccessibile agli uomini perché la strada di accesso è impraticabile per le valanghe.

Se in estate i rumori di Veglia sono i campanacci dei bovini al pascolo e il chiacchericcio di frotte di camminatori, in inverno è il silenzio della montagna. Natura assoluta.

Camosci e stambecchi, galli forcelli e pernici bianche tornano ad essere i signori incontrastati di questo angolo delle Alpi. Per questo l’alpe Veglia è un bene prezioso per gli uomini d’Europa.

L’emozione comune di chi arriva in Veglia la prima volta (ma anche di chi vi ritorna cento) è lo stupore: la straordinaria vastità di pascoli pri- ma inimmaginabili, l’armonia di un paesaggio in cui l’ambiente naturale è assolutamente dominante, la distribuzione rada di insediamenti rurali in completa sintonia con la montagna.

Non una nota stonata, non una disarmonia.

In inverno, quando i larici hanno perso gli aghi per sopravvivere al freddo e ai venti, la neve copre pascoli, alberghi e baite. Non voce d’uomo, ma voci della natura. Se ci pensiamo, come nella vicina Valgrande, è incredibile che, nel cuore dell’Europa, a due passi da una metropoli come Milano, esistano luoghi così. Veglia è un pensiero libero, come la Valgrande.

Ogni tanto, qualche politico locale propone idee strampalate di accesso all’alpe Veglia con tunnel o funivie. Accesso estivo e invernale. Come uccidere un sogno. Credo con fiducia che questo non avverrà mai. Credo nel rispetto del riposo invernale dell’alpe Veglia. Un riposo di cui tutti abbiamo bisogno.


Montagna

4. Pico el Teide 3718 m

Tenerife è un’isola spagnola nell’arcipelago delle Canarie nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste del Marocco.

È una delle sette isole dell’eterna primavera, con temperature che variano dai 26 ai 32 gradi tutto l’anno. Al nord piove quasi sempre, al sud quasi mai.

A Tenerife non c’è un metro di pianura, solo montagna. Anche qui, come in tutto il mondo, i terrazzamenti hanno permesso di trasformare la montagna in pianura. Qui si coltivano banane e viti.

Il Pico el Teide si alza dall’Oceano per quasi quattromila metri: è un vulcano quiescente (l’ultima eru- zione risale al 1946) ed enormi colate di lava pietrificata ne segnano le pendici.

Di lontano presenta due macchie bianche sotto la vetta: non è neve, ma zolfo.

Sulla vetta la “caldera nuova” è una depressione di zolfo acre con fumarole. Si vede il “grande mare Oceano”.

Sono andato a salirlo con tre amici camminatori in serena armonia e per scoprire un mondo nuovo. Ai piedi della montagna, a 2.000 m, un deserto lunare ti porta a camminare tra pinnacoli di lava pietrificata erosa dai venti.

È una montagna facile perché una funivia porta a 3.500 m, ma parti da quota 0 e in poche ore ti trovi a camminare a 3.500m.

Devi stare bene. Soprattutto devi aver prenotato con mesi di anticipo l’accesso, perché il parco nazionale che tutela l’area l’ha contingentato a 200 accessi al giorno.

Vengono da tutto il mondo e, senza permesso, non sali.

Poi la sera, quando scendi dalla montagna, puoi fare il bagno nelle calde acque dell’oceano. Poi, il giorno dopo, puoi camminare nel Barranco de Infierno, uno stretto canyon verdissimo dove c’è l’unica cascata dell’isola. Il giorno prima eri a camminare sulla Luna, il giorno dopo nella foresta del Vietnam. I turisti che, a migliaia, trascorrono i giorni ai bordi delle piscine nei grandi alberghi sulla costa, queste cose non le vedono. È la meraviglia del camminare per scoprire il mondo.

 


Montagna

5. Dopo 20 anni un rifugio alpino aperto in inverno

Nel 1948 la neocostituita sezione di Gravellona Toce del CAI costruisce un rifugio alpino all’alpe Cortevecchio, sui monti di Ornavasso, ideale luogo di partenza per le escursioni all’Eyehorn e al Monte Massone (2167 m), “terre di mezzo” tra il Lago Maggiore e il Monte Rosa. I rifugi diventano luogo di accoglienza di un “alpinismo” povero e operaio. Quando tanti non avevano ancora la Cinquecento, le sezioni CAI arrivavano in treno alle stazioni di Ornavasso e Candoglia: salivano (1.500 m) al Cortevecchio; il giorno dopo (700 m) al Massone; poi 2.000 m per tornare alla stazione del treno e il lunedì in fabbrica. Alpinismo nobile d’altri tempi, di cui essere orgogliosi, ma tutto da reinventare. L’utilità sociale del Rifugio era quella, un ponte tra la città e la montagna. Ne diventa custode e gestore Achille Masotti, singolare e bella figura di montanaro che “caricava” il rifugio con il mulo “Garibaldi”: sul basto il sacco dei viveri e a lato le casse del Campari, che allora si beveva “a metro”.

Una nota storica. Nella casa privata, che sarebbe diventato il Rifugio, alla fine degli anni ’30 fu ospite Clemente Rebora, poeta che, nelle passeggiate alla Cappella del Buon Pastore, guardando la meraviglia della natura di laghi e monti, maturò la conversione che lo portò a diventare seguace di Antonio Rosmini.

Dopo anni di gestioni difficili, questo rifugio di “mezza montagna”, la scorsa estate è stato uno dei rifugi più frequentati. La cortesia dell’accoglienza e il buono rapporto qualità-prezzo dei servizi forniti ne hanno fatto una meta ambita e gettonata sia dai turisti locali che da quelli lontani. Dai campeggi sul Lago Maggiore salgono i tedeschi con le bici elettriche e gli escursionisti lo riscoprono come base di partenza per trekking impegnativi sule Prealpi.

Nuove modalità sociali di frequentazione della montagna hanno permesso il riscatto di Rifugi che apparivano inutili e desueti. Un nuovo modo di vivere la montagna.

Dopo vent’anni, per la prima volta il Rifugio sarà aperto nei fine settimana anche in inverno, complici i cambiamenti climatici e nuove visioni di innovativa accoglienza alpina. Ancora un volta la Val d’Ossola come laboratorio per il futuro delle Alpi.


Personaggi

6. Vittorio Beltrami

A dieci anni dalla scomparsa, ricordo Vittorio Beltrami.

Fu partigiano cattolico nella Divisione “Valtoce” di Alfredo Di Dio (un “fazzoletto azzurro” come mio padre), politico della DC e presidente della Regione Piemonte, ma soprattutto fondatore della Casa della Resistenza di Fondotoce a Verbania, uno dei più grandi luoghi della memoria d’Europa.

Lo conobbi in anni lontani col volto sempre sorridente, emanava una gentilezza d’altri tempi, ma era anche saldo nei valori antifascisti e per una democrazia vera.

Nella storia dei suoi genitori c’era quella di tutta una terra, l’Omegna operaia della prima metà del Novecento: il padre operaio siderurgico alla “Cobianchi” e la mamma operaia tessile alla “De Angeli – Frua”. Dopo la guerra, la militanza nella Democrazia Cristiana lo portò, dal 1985 al 1990, alla presidenza della Regione Piemonte. In quell’ambito riuscì a mantenere a Torino l’Alenia Spaziale.

Per questo nel 2003 gli astrofisici italiani gli dedicarono un asteroide che avevano scoperto. Oggi sul sito della NASA è possibile vedere l’asteroide “Vittorio Beltrami”, seguirne l’orbita e conoscere tutte le caratteristiche di questo corpo celeste che ha una grandezza di circa 15 chilometri di diametro.

Un politico nello spazio. Dedicò gli ultimi anni di impegno civile alla presidenza della Casa della Resistenza di Fondotoce come “contenitore di memoria”.

L’amico Marco Travaglini mi offre le parole di Vittorio Beltrami (Nuova Resistenza Unita – 2009): “Siamo ad oltre 60 anni dalla fine della guerra e il tempo continua nella sua azione di spegnimento dei fuochi del risentimento e promuove la rimonta di quei valori che hanno sorretto la guerra di Liberazione… Sono i va- lori della libertà, della democrazia, della fraternità. Non può essere scordato che la Resistenza è stata l’espressione concreta, unitaria e univoca della ribellione della coscienza umana contro la barbarie neopagana per la riconquista dei diritti umani primordiali. Sono valori che non mutano col scendere della sera e col cambiare delle stagioni tanto politiche, quanto atmosferiche. Si conservano, crescono e maturano contro ogni dissennata forma di populismo”.

Sono parole buone, tanto lontane dalla palude di oggi.


Libri

7. Almanacco Storico Ossolano 2023

L’Almanacco Storico Ossolano da 30 anni racconta la storia e la memoria di una valle alpina: la Val d’Ossola. È frutto di contributi volontari di studiosi e ricercatori locali che, nel corso di studi annuali, offrono ai lettori piccole perle di ricerca inedita. Sono letture che accompagnano per un anno chi ama questa terra. È anche il risultato dell’impegno di un editore (Grossi, Domodossola) che, con caparbietà e idealità, continua a credere nel progetto, nonostante le croniche fatiche dell’editoria italiana.

Quest’anno la parte monografica guarda a Domodossola, il “borgo giocondo” che accoglie e raccoglie le valli ossolane. Una “terra di mezzo” tra i laghi prealpini e le Grandi Alpi.

Offro ai lettori l’indice dei contenuti, augurando una buona compagnia per il 2023.

 

Massimo Gianoglio – Ricordo di Benito Mazzi

Benito Mazzi – Litanie di una volta

Enrico Rizzi – Un cardinale (quasi papa) pastorello in Formazza

Adolfo Sebastiano Ferraris – “Ti te set minga el Palletta”

Giacomo Bonzani – “L’opera di un uomo è la spiegazione dell’uomo stesso” Antonio Gennari pittore (1923- 2002)

Giulio Frangioni – Edmondo Brusoni

Giacomo Bonzani – Il primo progetto della ferrovia Domodossola – Locarno inaugurata nel 1923

Giulio Tonelli – Gaggiolo e Villadossola, la prima centrale idroelettrica edificata in Ossola per la produzione di forza motrice

Alessandro Zucca – “La Rubrica o sia Registro di Archivio della Famiglia Monti di Valsassina: Marchesi di Saleggio. Conti di Agario . Signori di Costa ed Avesone”

Lino Cerutti – Quel profumo di polenta

Mariavittoria    Gennari,    Alberto Zorloni – Il falco della Val Bognanco

 Domodossola

Giuseppe Chiovenda – Una vecchia fotografia di Domodossola

Raffaele Fattalini – Ricordati del Bandorillo se vai a Roma

Francesco Maria Ferrari – Chiese e luoghi pii del Borgo di Domodossola nelle Giunte di don Paolo della Silva alle Memorie del Capis

Massimo Gianoglio – Quadro dell’Ossola del Canonico Pietro Allegranza. Itinerario ottocentesco tra le vie di un borgo In procinto di divenire città

Enrico Rizzi – Appunti per una storia del mercato di Domo

Gian Vittorio Moro – Il piccolo teatro montano

Ida Braggio Del Longo – Il mercato di Domodossola

Massimo Palazzi – Il Podestà di Domodossola. Spunti di ricerca a margine di un antico documento

Pier Antonio Ragozza – Aprile 1873, quando Domodossola divenne alpina

Paolo Crosa Lenz – L’abate Aimè Gorret da Chatillon a Domodossola

Massimo Palazzi – La festa Nazionale del Libro Italiano a Domodossola e a Gallarate

Antonio Prevosti – Resistenza parola magica